Idee anti decliniste per attrarre i capitali esteri. Parla Bocca
“Dire che l’Italia è in ginocchio non vuol dire soltanto fare eccessivo pessimismo, ma anche accettare una premessa errata sulla quale si fonderanno ricette altrettanto sbagliate per sostenere i nostri imprenditori”. Bernabò Bocca, presidente nazionale di Federalberghi, in un colloquio con il Foglio mette in guardia dai rischi che dipendono, prima ancora che dalla crisi, dal clima cupo e declinista di queste settimane. “Oggettivamente l’Italia è in una situazione migliore di molti altri paesi europei".

Eppure il governo, rimandando il decreto sviluppo al 20 ottobre, sembra puntare ancora sul rigore fiscale: “Ho l’impressione che, tra media e politica, ci si preoccupi troppo del segnale da mandare all’esterno dei confini e non abbastanza del segnale da inviare alle forze vitali del paese”. “L’ultimo declassamento del debito italiano da parte di Moody’s – spiega Bocca – è stato seguito da un’impennata delle Borse. Segno che non sono soltanto quelli delle agenzie di rating i giudizi che contano. Piuttosto ricordiamoci che l’Italia ha straordinarie capacità imprenditoriali e una solida base di risparmi privati”.
Tutto ciò, aggiunge il presidente di Federalberghi, non equivale a dire che di solo ottimismo campano i privati: “Sono due le cose da fare subito. Rilanciare i consumi, mettendo più soldi nelle tasche dei cittadini. E abbassare il costo del lavoro per le imprese. Per raggiungere questo duplice obiettivo bisogna ridurre il cuneo fiscale”. Le risorse per abbassare il carico fiscale, però, vanno trovate: “La ricetta c’è, è nota e pure fattibile. Si chiama ‘privatizzazioni’. A partire dalle società pubbliche. Non si vede perché i privati non possano competere e gestire per esempio servizi pubblici come quelli locali, dal trasporto ai rifiuti. “Poi le privatizzazioni devono investire il patrimonio immobiliare”. Si dice che in un periodo come questo rischieremmo di svendere tutto: “Non è vero, ci sono margini per valorizzare e/o dismettere. Ma sa quanti imprenditori del mio settore, quello alberghiero, si farebbero avanti in caso di cessione delle caserme con facilitazioni per il cambio di destinazione d’uso?”. Qualcuno argomenta che arriverebbero pure gli Unni da oltre confine, però: “La tesi del saccheggio estero è risibile. Prima riflessione: siamo in Europa sì o no? Seconda riflessione: se i capitali stranieri affluiscono, vuol dire che il sistema paese è competitivo; sarebbe un buon segno. Ma in realtà il problema è che in Italia non c’è certezza di nulla, a partire dalle regole”. Il caso Sergio Marchionne è emblematico: “Non sono di Confindustria e non entro nelle polemiche di viale dell’Astronomia – premette il presidente di Federalberghi, associazione affiliata a Confcommercio – ma non si può criminalizzare la scelta dell’ad di Fiat. Chi investe, ha il pieno diritto di importare in Italia un modello di relazioni industriali, come quello della contrattazione aziendale ad esempio, che a suo giudizio più si adatta alla sua realtà. Serve più flessibilità, dobbiamo modernizzare le relazioni sindacali”. La “concertazione”, conclude Bocca, non è per forza una parolaccia: “Ma a patto che gli imprenditori continuino a ‘giudicare’ la politica, senza mettersi a ‘fare’ politica. Altrimenti ogni giudizio o critica sul governo di turno rischia di essere solo distruttivo e magari strumentale al raggiungimento di altri obiettivi”.